Da Via Ugoccione della Faggiola a Via del Bandino, nella zona di Gavinana.

Latino Malabranca, cardinale, nato forse a Roma verso il 1225 e morto a Perugia nel 1294.

Era della famiglia dei Frangipani, figlio di Angelo Malabranca e di Mabilia Orsini, sorella del papa Niccolò III, che Dante condannò, perché avrebbe fatto «avanzar gli orsatti », cioè i parenti della famigli Orsini. Anche Latino Malabranca si poteva dire un « orsatto », ma se avanzò nei gradi ecclesiastici, non fu per nepotismo.

Entrato nell’Ordine domenicano con autentica vocazione, aveva studiato teologia alla Sorbona di Parigi, ed oltre alla dottrina cristiana aveva coltivato la letteratura e la musica. Componeva inni sacri, responsori ed uffizi. Era un eccellente oratore. Lo zio Papa gli affidò incarichi più politici che religiosi, ma nei quali il domenicano rivelò una profonda ispirazione spirituale e morale. Nessuno perciò attribuì a favoritismo il cappello cardinalizio da lui ottenuto nel 1278.

Un anno dopo fu inviato a Firenze come paciere fra guelfi e ghibellini, ma prima di giungervi, da Bologna, fece emanare un editto per la riforma dei costumi, specialmente nei riguardi delle donne fiorentine che, a quanto pare, erano diventate troppo « sfacciate ». Vietati gli ornamenti della testa, le maritate dovevano andare col capo velato. Ridotto lo scollo dei vestiti a due dita e lo strascico a due palmi. E quando, il severo cardinale, 1’8 ottobre 1279, giunse a Firenze dalla Porta a San Lorenzo trovò che le donne avevano obbedito per il taglio dei vestiti, ma si erano sfogate nelle stoffe preziose e nei ricami ricchissimi. Anch’egli, del resto, venne accolto sotto un baldacchino d’oro, in mezzo a tutte le autorità cittadine con i panni da cerimonia. Come Cardinale prese stanza nel grande Palazzo Mozzi, ma come domenicano non dimenticò Santa Ma- ria Novella, e sulla vecchia piazza (Vedere Piazza dell’Unità) convocò tutti i cittadini, per quelli che si potrebbero chiamare i preliminari della pace.

Parlò con la sua chiara voce, esortando i fiorentini alla concordia, enumerando i vantaggi della pace ed esaltando i valori del perdono. Con accorgimento oratorio, ogni tanto interrogava la folla, che rispondeva ad una voce altissima:
«Così sia!».


Dopo questa specie d’investitura popolare , il cardinal Latino procedette agli altri atti di pace, richiamando in città i ghibellini sbanditi dopo la battaglia di Benevento e restituendo loro i beni confiscati. Cercò di combinare matrimoni fra giovani di famiglie avversarie, sperando che l’affetto coniugale vincesse l’odio politico. E quando gli parve che il terreno fosse preparato, nel gennaio del 1280, ritornò sulla piazza vecchia di Santa Maria Novella per la cerimonia conclusiva.


« Congregato il popolo di Firenze a parlamento nella piazza vecchia della detta chiesa – scrive Giovanni Villani – tutta coperta di pezze e con grandi pergami di legname in su’ quali era il detto cardinale e più vescovi e prelati e chierici e religiosi e podestà e capitani e tutti i consiglieri e gli ordini di Firenze, e in quello per lo detto legato sermonando nobilmente e con grandi e molte belle autorità di, come alla materia si convenia, siccome quegli ch’era savio e bello predicatore; e ciò fatto si fece basciare in bocca i sindachi ordinati per li guelfi e per li ghibellini, pace facendo con grande allegrezza per tutti i cittadini ».


« E ciò fatto – conclude il Villani – il detto cardinale Latino con grande onore si tornò in Romagna alla sua legazione ».

La pace durò poco, ma la fama del Cardinale Latino resistette a lungo, fino a giungere all’intestazione di questa strada che si trova accanto a quelle in- titolate ai Podestà che cercarono di man- tenere la pace in città.


Ora, con la via a lui dedicata, si viene a trovare fra i Podestà che cercarono di mantenere la pace nella Firenze rissosa.