Dalla sinistra di Via delle Lame, nella zona di Badia a Ripoli.

Carlo, conte di Provenza nel 1245m d’Angiò e del Maine nel 1246, principe d’Acaia nel 1278, re di Gerusalemme nel 1278, re di Sicilia dal 1266 al 1285.

Figlio della santa regina Bianca di Castiglia, fratello del santo re Luigi IX, Carlo non ebbe tendenze mistiche. Dante lo pose nel Purgatorio, fra coloro che, occupati nelle mondane grandezze, rivolsero un pensiero a Dio soltanto nell’ultimo istante della loro vita. Non lo nomina neanche, ma lo indica come « colui dal maschio naso», il« nasuto»; e questo vuol dire che Carlo d’Angiò doveva essere ben conosciuto dai fiorentini. Ben conosciuto e bene amato. Dopo la battaglia di Montaperti, combattuta nel 1260, Firenze aveva subìto le violenze dei ghibellini, e sarebbe stata distrutta, se non l’avesse difesa, ad Empoli, Farinata degli Uberti.

Contro lo svevo Re Manfredi, capo del partito ghibellino, il papa Clemente IV aveva chiamato in Italia Carlo d’Angiò, il « nasuto ».

« Questo Carlo – scrisse il Villani – fu savio, di sano consiglio, e prode in 1 me, e aspro e molto temuto da tutti i re del mondo ».

Poi il cronista ne descrisse le fattezze : « Grande di persona e nerboruto, di colore ulivigno, con grande naso; e parea bene maestà regale più ch’altro signore ».

A Marsiglia, nel 1265, imbarcò, su 20 navi, 500 cavalieri e I000 balestrieri.

Toccò Porto Venere, Pisa; sbarcò ad Ostia. A Roma fu incoronato da quattro Cardinali, inviati dal Papa che rimase a Perugia, Re di Puglia e di Sicilia.

Il 16 febbraio 1266, Carlo d’Angiò dal «maschio naso » sconfiggeva sotto le mura di Benevento, Re Manfredi,« biondo e bello e di gentile aspetto ».

Finalmente, dopo sei anni, Firenze poteva tirare il respiro. I Ghibellini, scrive il Villani « cominciarono a invilire » mentre i guelfi « cominciarono a invigorire ». Il Conte Guido Navello da Poppi, dovette fuggire verso il Casentino e Carlo d’Angiò accettò la elezione a Podestà di Firenze.

«La sua arme – scrive il Villani – era quella di Francia, cioè il campo azzurro e fiordalisi d’oro, e di sopra un rastrello vermiglio, tanto si divideva da quello del Re di Francia ».

È lo stemma che la Repubblica guelfa fiorentina introdusse nei suoi nove stemmi, ed è la decorazione della famosa Sala dei Gigli, in Palazzo Vecchio, dove i gigli non sono fiorentini, ma francesi, rastrellati dall’Angiò.