Via Vittorio Emanuele II

Via Vittorio Emanuele II è un’importante strada di Firenze. Con i suoi 2 km circa di lunghezza, collega la zona del ponte Rosso con piazza Dalmazia circonvallando il quartiere di Statuto. Percorrendo la via, dedicata al primo re d’Italia, ci si imbatte in architetture di varie epoche, stili e livelli.

In onore di Vittorio Emanuele II, dal 1932 nel centro di piazza della Repubblica, chiamata nei suoi anni come piazza Vittorio Emanuele, si trovava un suo monumento in suo onore realizzato nel 1890 da Emilio Zocchi.

Dal 1932 la statua equestre del re è stata esiliata fuori dal centro storico di Firenze alle Cascine in piazza Vittorio Veneto in una posizione defilata, nascosta alla vista oggi dal sottopasso della tramvia.

Vittorio Emanuele II, fu Re di Sardegna dal 1849 e dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, con Cavour e Garibaldi, divenne il primo re d’Italia dal 1861 al 1878.

Emanuele nasce a Torino nel 1820, figlio di Carlo Alberto e Maria Teresa d’Asburgo Lorena, aveva la passione della caccia e della vita militare, preferiva la vita semplice e la compagnia del popolo alla vita mondana della corte e dei nobili. Dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di suo padre (1849) divenne re di Sardegna e firmò l’armistizio di Vignale con l’Austria.

Vittorio Emanuele potenziò l’esercito, quindi promosse la partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea (1855), che Cavour sfruttò per attirare l’attenzione di Francia e Inghilterra sulla situazione italiana.

Furono firmati gli accordi segreti di Plombières con Napoleone III, che preparavano la guerra con l’Austria e prevedevano che Vittorio Emanuele diventasse re dell’Alta Italia. Nel gennaio del 1859 il re affermò in un celebre discorso di «non essere insensibile al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si alza verso di noi».

Scoppiata la guerra, guidò le truppe piemontesi, entrò a Milano al fianco di Napoleone III e ottenne la vittoria di San Martino. Ottenendo da Napoleone III l’autorizzazione ad annettere la Toscana e l’Emilia in cambio del passaggio alla Francia di Nizza e della Savoia.

Nel 1860 sostenne segretamente la spedizione dei Mille di Garibaldi, che portò alla conquista della Sicilia e dell’Italia meridionale. Le truppe piemontesi scesero quindi nello Stato pontificio, conquistando Marche e Umbria.

Il re incontrò Garibaldi che gli consegnò i territori conquistati.

Il 17 marzo 1861 il «padre della patria» fu proclamato a Torino re d’Italia.

Non cambiò il nome in Vittorio Emanuele I: conservando la vecchia numerazione, volle sottolineare la continuità tra il Regno d’Italia e quello di Sardegna.

Vittorio Emanuele II trasferì la capitale da Torino a Firenze, stabilendosi a Palazzo Pitti (1865) e, dopo la presa di Roma, nella nuova capitale, nel palazzo del Quirinale (1871).

Piazza dell’Isolotto

Vi si accede dal viale delle Mangolie, dal viale dei Pini, dal Viale dei Bambini e da via dei Ligustri, nella zona omonima.

L’Isolotto, fino al 1951, non era che un terreno incolto e sul quale veniva effettuato lo scarico di materiale inutile, lungo la riva sinistra dell’Arno; all’altezza di Monticelli e in vista d’un isolotto, formato dal fiume.

Fu l’amministrazione comunale presieduta dal sindaco Giorgio La Pira, che individuò quella plaga per una «città satellite », che potesse alleviare la gravissima crisi degli alloggi. Con rapidità, venne eseguito un piano regolatore, e la piccola città sorse con criterio urbanistico e dignità architettonica al fine di ottenere un sereno e sano ambiente per tutti coloro che a lungo avevano aspirato ad una umana sistemazione.

Nella seduta di Consiglio del 9 maggio 1955, su proposta dell’assessore delle Belle Arti e dei Giardini, fu deliberato che le vie e le piazze dovessero avere molto verde e fossero intitolate, non più a nomi di personaggi più o meno celebri, ma alle piante ed ai fiori
coltivati sul luogo.

Alla piazza principale venne mantenuto il nome dell’Isolotto, ma tutte le strade che vi confluivano ebbero il nome dei pioppi, dei ligustri, del biancospino, dei melograni, delle camelie, delle ortensie, delle magnolie, dei platani, dei pini, degli agrifogli, delle azalee, dei tigli, del salice, della gaggia, delle mimose, del roseto, degli oleandri, dei rododendri, delle acacie, degli aceri, dei ginepri, ed
anche dei bambini, che sono i fiori dell’umanità.

La chiesa, progettata dall’architetto Guido Morozzi, fu dedicata a Maria Vergine Madre delle Grazie. La prima pietra fu benedetta dal Cardinale Elia Dalla Costa, Arcivescovo di Firenze, in occasione del Congresso Mariano del 1954. Dopo la sua santa morte, la Chiesa venne consacrata, nel 1958, dal successore cardinale Ermenegildo Florit.

Viale Manfredo Fanti

Dal Viale Malta circoscrive il Campo di Marte, nella zona del Campo di Marte.

Manfredo Fanti, generale, nato a Carpi nel 1808 e morto a Firenze nel 1865.
Iniziò la vita militare in Spagna, combattendo, nel 1835, contro i carlisti.

Partecipò alla prima Guerra d’Indipendenza, dopo la quale venne eletto deputato al Parlamento Subalpino. Nel 1855 fu in Crimea e nella seconda Guerra d’Indipendenza, nel 1859, raggiunse il grado di generale di divisione e l’anno dopo veniva nominato Ministro della guerra.

Generale d’Armata, comandò la spedizione piemontese, che prima batte soldati del Papa, poi conquistò Gaeta, congiungendosi con i Mille di Garibaldi.

A lui, politico oltre che militare, toccò il difficile compito di organizzare il nuovo esercito nazionale italiano, immettendo nei quadri di quello piemontese elementi borbonici e garibaldini.

Per dare all’esercito buoni ufficiali fondò la Scuola militare di Modena.

Deputato e Senatore, morì a Firenze nel Palazzo di Valfonda nei primi tempi della capitale provvisoria e gli venne decretato un monumento dinanzi al Ministero della guerra. Considerato uno degli artefici dell’unità nazionale, venne sepolto in Santa Croce.

Da questo viale è visibile la scala a sbalzo dello Stadio, costruito dal grande cementista Pier Luigi Nervi.

Via de’ Barbadori

Da Via Guicciardini a Via Belfredelli, nella zona del Ponte Vecchio .


Il nome di Barbadori deriva molto probabilmente da un personaggio caratteristico per la sua barba bionda, cioè
dorata; un Barba d’oro.


La famiglia discendente da Barba d’oro abitava nel sesto d’Oltrarno, dove esiste ancora una loro torre.
Ebbe, nel governo della Repubblica, 18 Priori e 2 Gonfalonieri di Giustizia, e quando Cosimo de’ Medici diede palesi segni di volersi impossessare del potere, un Barbadori, Niccolò, propose di sbandire il Medici da Firenze come pericoloso alla Repubblica. « Sarebbe a te meglio esser chiamato Barba d’argento, perché venendo i tuoi consigli da uomo canuto dovrebbero essere più saggi», gli disse Niccolò da Uzzano, timoroso dei Medici.


Infatti Niccolò Barbadori venne mandato in esilio, insieme con Rinaldo degli Albizi quando Cosimo de’ Medici tornò.

La famiglia dei Barbadori si estinse nel 1615, con Alessandro, il quale lasciò il proprio patrimonio al cardinale Matteo Barberini, che doveva salire il trono pontificio col nome di Urbano VIII.

Fino all’ultima guerra il nome dei Barbadori veniva ricordato soltanto dalla torre di Borgo San Jacopo, ma nella ricostruzione del quartiere minato e distrutto dai tedeschi, si volle ricordare, con questa via tracciata fra edifici moderni, la famiglia che ebbe non poche benemerenze cittadine.

Via San Gervasio

Dall’incrocio di Via dei Sette Santi con Via Mameli a Piazza Antonelli, nella zona omonima.


E’ una strada senza grande carattere, nata sopra un’antica viottola di campagna, prolungamento della Via Frusa, di cui conservava il nome, fra i terreni posseduti in gran parte dai Martelli, che vi ebbero una casa passata ai Gondi e poi, nel Settecento, agli Archi.

E sul basso edificio, che, dal nome dei proprietari, si chiamava Gli Archi, fra i numeri 26 e 28, si legge:

PRIMUS AB URBE LAPIS A.D.MDCCIIIL

La prima lapide alla periferia della città, una periferia però, che ha preso un grande sviluppo urbanistico ed edilizio

Viale Pasquale Paoli

Dal Viale dei Mille al Viale Cialdini, nella zona del Campo di Marte.

Pasquale Paoli, condottiero còrso, nato a Morosaglia nel 1725 e morto a Londra nel 1807.

A Napoli, dopo avere ascoltato le lezioni del Genovesi, entrò nell’esercito, dove acquistò nozioni militari. Tornato in Corsica, nel 1755, venne proclamato capo della resistenza ai genovesi, che governavano l’isola. Dopo avere attuato varie riforme di carattere giuridico ed economico, passò all’azione militare, ottenendo successi in mare e in terra. I genovesi, impotenti a fronteggiare la rivolta còrsa, chiesero aiuto ai francesi, che nel 1764 sbarcarono nell’isola.

Invano Pasquale Paoli espugnò ai genovesi l’isola di Capraia. Ormai i governatori della Corsica non erano più essi, ma i francesi, che col trattato di Versailles, nel 1768, ottennero il diritto di occupare l’isola. (Un anno dopo, il 15 agosto 1769, nasceva ad Ajaccio Napoleone Buonaparte; che nel 1796 si fece chiamare, alla francese, Bonaparte).

I còrsi, sempre guidati da Pasquale Paoli, non accettarono 11 baratto e intensificarono la lotta per l’indipendenza, sostenendo due epiche battaglie, a Borgo nel 1768, e un anno dopo a Pontenuovo, dove le soverchianti forze francesi ebbero ragione sul disperato eroismo dei còrsi.

« QUI CADDERO LE MILIZIE DI PASQUALE PAOLI – è scritto sulla spalletta del Pontenuovo – LUTTANDO PE’ A’ LIBERTÀ – DI LA PATRIA».

Pasquale Paoli, costretto all’esilio, si rifugiò a Londra. Tornò in -Corsica allo scoppio della Rivoluzione francese, con la speranza che in quell’occasione trionfassero veramente la libertà e l’indipendenza dei popoli. Fu deluso e dall’obbedienza al governo francese passò di nuovo all’opposizione, appoggiandosi all’Inghilterra, alla quale unì l’isola, con l’intenzione di diventarne viceré. Venne invece nominato un inglese, il conte Elliot, richiamando a Londra lo scomodo condottiero dei còrsi. E a Londra Pasquale Paoli morì, dopo avere aiutato gli esuli còrsi, come lui delusi da tutte le potenze.

La sua salma fu riportata a Morosaglia, suo paese natìo, e tumulata con questa iscrizione:

IL PADRE DELLA PATRIA E’ QUI SEPOLTO.

LA DOVE NACQUE E GIACE IL PIO VOTO DI CYRNO (nome greco della Corsica)

ALPINE E SCIOLTO REQUIESCAT IN PACE.

La figura del condottiero còrso ispirò al Guerrazzi un romanzo storico intitolato Pasquale Paoli o la rotta di Pontenuovo. In Santa Croce, verso il 1930, venne posta una lapide, modellata da Antonio Maraini, in ricordo dell’eroe corso.

Lungo questo viale è recentemente sor- to il Centro balneare e il Palazzo dello Sport, ideati dagli architetti Liverani, Paoli e Tiezzi.

Via Carlo D’Angio

Dalla sinistra di Via delle Lame, nella zona di Badia a Ripoli.

Carlo, conte di Provenza nel 1245m d’Angiò e del Maine nel 1246, principe d’Acaia nel 1278, re di Gerusalemme nel 1278, re di Sicilia dal 1266 al 1285.

Figlio della santa regina Bianca di Castiglia, fratello del santo re Luigi IX, Carlo non ebbe tendenze mistiche. Dante lo pose nel Purgatorio, fra coloro che, occupati nelle mondane grandezze, rivolsero un pensiero a Dio soltanto nell’ultimo istante della loro vita. Non lo nomina neanche, ma lo indica come « colui dal maschio naso», il« nasuto»; e questo vuol dire che Carlo d’Angiò doveva essere ben conosciuto dai fiorentini. Ben conosciuto e bene amato. Dopo la battaglia di Montaperti, combattuta nel 1260, Firenze aveva subìto le violenze dei ghibellini, e sarebbe stata distrutta, se non l’avesse difesa, ad Empoli, Farinata degli Uberti.

Contro lo svevo Re Manfredi, capo del partito ghibellino, il papa Clemente IV aveva chiamato in Italia Carlo d’Angiò, il « nasuto ».

« Questo Carlo – scrisse il Villani – fu savio, di sano consiglio, e prode in 1 me, e aspro e molto temuto da tutti i re del mondo ».

Poi il cronista ne descrisse le fattezze : « Grande di persona e nerboruto, di colore ulivigno, con grande naso; e parea bene maestà regale più ch’altro signore ».

A Marsiglia, nel 1265, imbarcò, su 20 navi, 500 cavalieri e I000 balestrieri.

Toccò Porto Venere, Pisa; sbarcò ad Ostia. A Roma fu incoronato da quattro Cardinali, inviati dal Papa che rimase a Perugia, Re di Puglia e di Sicilia.

Il 16 febbraio 1266, Carlo d’Angiò dal «maschio naso » sconfiggeva sotto le mura di Benevento, Re Manfredi,« biondo e bello e di gentile aspetto ».

Finalmente, dopo sei anni, Firenze poteva tirare il respiro. I Ghibellini, scrive il Villani « cominciarono a invilire » mentre i guelfi « cominciarono a invigorire ». Il Conte Guido Navello da Poppi, dovette fuggire verso il Casentino e Carlo d’Angiò accettò la elezione a Podestà di Firenze.

«La sua arme – scrive il Villani – era quella di Francia, cioè il campo azzurro e fiordalisi d’oro, e di sopra un rastrello vermiglio, tanto si divideva da quello del Re di Francia ».

È lo stemma che la Repubblica guelfa fiorentina introdusse nei suoi nove stemmi, ed è la decorazione della famosa Sala dei Gigli, in Palazzo Vecchio, dove i gigli non sono fiorentini, ma francesi, rastrellati dall’Angiò.

Via Vittorio Locchi

Da Via delle Panche a Via Giuliani, nella zona di Rifredi.

Vittorio Locchi, poeta, nato a Figline nel 1889 e morto annegato nell’Egeo nel 1917.

Chi glielo avrebbe detto, quando nella atìa Figline, declamava agli amici le disperate e dispettose Canzoni del Giacchio, che gli sarebbe stata dedicata una via fiorentina!

Una via, però, fra due «trenini» di casette piccole borghesi quanto mai scialba ed anonima. E vero eh’ egli ebbe a scrivere anche i Sonetti della malinconia, pubblicati postumi, come postuma fu conosciuta, nel 1917, la Sagra di Santa Gorizia, ispirata alla presa della città contesa.

Nel clima guerresco, la sagra di Vittorio Locchi accese una vampata d’entusiasmo, e nessuna poesia di quegli anni, neppure quella del D’Annunzio, ebbe tanto successo e tanto merito per la riscossa dei combattenti, dopo «lo sciopero militare » di Caporetto. Vittorio Locchi era già affogato nell’Egeo.

Studente di ragioneria all’Istituto tecnico Galileo Galilei, aveva avuto come insegnante di letteratura il poeta Diego Garoglio, al quale sarebbe giusto intitolare una via fra i letterati, molti dei quali furono suoi allievi. Appena diplomato entrò nell’amministrazione delle Poste e come ufficiale postale, militarizzato, partecipò alla guerra contro l’Austria.

Era imbarcato per aggiungere il Corpo italiano in Macedonia, quando il piroscafo « Minas » venne silurato e l’acqua dell’Egeo spense la poesia sulle labbra del giovane ufficiale. Ma la Sagra di Santa Gorizia era già stata scritta, e, immediatamente pubblicata, diede al Locchi la fama poetica, dopo la gloria della morte in guerra.

In Via Pellicceria, sul Palazzo delle Poste, sotto una statua allegorica, modellata dallo scultore Giulio Passaglia, si legge questa epigrafe, dettata dal già citato poeta Diego Garoglio:

NEL NOME GLORIOSO,

DI VITTORIO LOCCHI

POETA E MARTIRE DELLA NUOVA ITALIA

SI ASSOMMANO E SUBLIMANO

COME NELLA VETTA SUPREMA

LE PENDICI DELLA MONTAGNA

LE VIRTU’ CIVILI E MILITARI

DI TUTTI I POSTELEGRAFONICI DELLA PROVINCIA IMMOLATISI

PER LA GRANDEZZA DELLA PATRIA NELLA GUERRA DI REDENZIONE NAZIONALE

1915-1918

Via della Torretta

Dal Viale De Amicis a Via del Campo d’Arrigo, nella zona omonima.

Questa strada che originariamente collegava la piazza di San Salvi con la Via del Campo d’Arrigo, nel 1909 venne ribattezzata, nel suo tratto iniziale, Via Tito Speri.

Prendeva il nome da una torricella medioevale, edificata a guardia del coevo ponte sul torrente Affrico, il cui corso, rettificato e spostato di un centinaio di metri verso ·ponente, all’inizio di questo secolo, era limitrofo alla piazza di San Salvi.

La strada era stata aperta, come ricorda la lapide che abbiamo riportato in Via dei Fratelli Bandiera, nel 1865, attraverso il cosiddetto Borgo dei Lemmi; all’angolo della strada, esisteva un antico tabernacolo che venne demolito e poi ricostruito dai Lemmi nel 1904, sulle sue antiche fondamenta.

Via Gran Bretagna

Da Via Erbosa a Via Portogallo, nella zona di Villamagna.

La Gran Bretagna è la maggiore delle Isole Britanniche. Furono gli scrittori greci e romani a chiamare Britannia la regione abitata in antico dai Britanni, mentre il nome più antico dell’isola era Albion, derivato dalla bianchezza delle coste.

Poi il nome di Britannia rimase alla maggiore isola, anche quando la parte meridionale venne abitata dagli Angli, che formarono il Regno d’Inghilterra con capitale Londra, mentre la parte settentrionale formò il Regno di Scozia con capitale Edimburgo.

Allorché Giacomo VI Stuart, nel 1603, unì le corone dei due regni, venne in uso il nome di Gran Bretagna, titolo diventato ufficiale nel 1707.

La superficie è di km quadrati 224.220, che con le isole minori sale a km quadrati 227.600. La popolazione è di circa 50 milioni di abitanti, di cui 8 concentrati a Londra.

L’ordinamento politico è di Regno costituzionale. Il Re o la Regina ha un Consiglio privato, di sua nomina, ma del quale devono far parte gli Arcivescovi di Canterbury, di York e di Londra. Il Parlamento che resta in carica per 5 anni, ha due rami. La Camera dei Lords è formata dai principi di sangue reale, dai cosiddetti Lords spirituali, cioè di 24 fra Arcivescovi e Vescovi, di Lords temporali di varia estrazione; in totale 700 membri. La Camera dei Comuni invece è eletta a suffragio universale ed è composta di 625 membri che hanno il reale potere legislativo.

L’unità monetaria è la sterlina.

La strada, tracciata recent6mente, è fiancheggiata, a tratti, da giardini, ha edifici moderni di una certa importanza, fra cui quello della Scuola Media Alessandro Botticelli, dinanzi alla quale, sopra una vecchia casa colonica superstite, segnata coi nn. 115-119, in una lapidina di marmo, si legge:

È PROIBITO IN QUESTO PODERE L ‘USO DI CACCIARE COME PURE IL PASSO A QUALUNQUE PERSONA .